Monte S.Egidio

          Siamo nel mese di settembre del 1950. Siamo rientrati dalle vacanze da 25 giorni. Prima di cominciare il regolare corso delle lezioni viene programmata la gita annuale sul Monte Sant'Egidio. E’ una montagnola di1057 metri sul livello del mare sita a sud-est di Castiglion Fiorentino e a nord-est di Cortona. Partiamo di buon mattino a piedi per coprire un percorso di una decina di chilometri. Ai più robusti della IV e V classe il compito di portare a spalla la marmitta, il pentolame, i piatti di carta, le posate e le cibarie crude.

Per la prima metà del tragitto seguiamo una stradina sterrata fino a Ristonghia, piccolo nucleo di case a circa500 metridi altezza, la seconda metà è un sentiero che si inerpica tra arbusti e radi alberi.

Per ingannare la stanchezza delle gambe, che si fa sentire a mano a mano che saliamo, ci teniamo su con ‘la montanara’, ‘la pastorela’, ‘la  tradotta’, ‘la canzone del Piave’ e altre del repertorio.

Giunti in cima respiriamo a pieni polmoni. Dopo alcuni minuti di riposo, diamo inizio all’esplorazione nei dintorni anche allo scopo di procurare ai cuochi sterpaglie e legnetti secchi per cuocere la pasta e la carne. Il lato sud della cima è incorniciato da un boschetto di larici. A sud ovest si intravedono in basso i tetti di Cortona. Ad ovest ammiriamo in tutta la sua estensionela Valdi Chiana. Ad est il territorio si estende ondulato tra valli e alture, tra le quali i monti Castel Giudeo, Ginozzo e della Croce, un po’ meno elevati del punto in cui siamo. A nord est in una valle, che a tratti si allarga e a tratti si restringe, scorre il torrente Nestore, affluente del Tevere. La radura adiacente il boschetto è coperta di lamponi, ne mangiamo e ne raccogliamo in abbondanza anche per portarne a casa. E’ la prima volta che vedo lamponi! Mi ricordano le more dei rovi che fanno da siepe ai campi della Marina di Tortora, delle quali ero solito fare delle scorpacciate.

         Il pranzo è servito caldo e fumante. Ci sparpagliamo per la radura, ciascuno alla ricerca di un sedile di fortuna. Chi trova un sasso, chi un tronco, chi uno spuntone di roccia, chi, infine, si siede per terra sull’erba. Anche se bisogna evitare di frequentare sempre gli stessi compagni, io prendo posto nelle vicinanze di Reale. E’ un compagno di classe, laziale, capelli neri pettinati di traverso sulla fronte, buono, quanto è alto, tanto è timido, per questo oggetto dei miei frizzi e scherzi dai quali si schermisce lanciando dei gridolini come un bambino.

         Il ritorno è accompagnato dai soliti canti, ma le voci sono più stanche come le gambe e a sera non abbiamo bisogno di contare le pecore per addormentarci profondamente.

 

Ultima modifica il Martedì, 19 Agosto 2014 20:40

Super User

Michelangelo Pucci

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