scarpéaru

Attrezzi: lu scànnu (il deschetto), lu scannìeddu (il sedile), lu martìeddu, lu vattisòla (con la battuta a fungo appiattito

per battere e indurire il cuoio della suola), lu tringéttu, la ssùglja (per praticare i buchi), lu perciatùru (per praticare fori), lu spòagu e la pìci (per cucire le tomaie e fissarle alla suola), li simìgli (chiodini a profilo quadrato), guànda (salvavano), la vandéra (grembiule), tàcci (chiodi a testa piatta per proteggere dall’usura la suola delle scarpe). 

Attività: fare e riparare scarpe, scarponi e sandali. 

Procedimento per la fattura delle scarpe: nel caso di clienti popolani il calzolaio li riceve in bottega per rilevarne su un cartoncino un tracciato dell’impronta e della circonferenza del piede all’altezza del collo. L’opera prosegue con a) la scelta del pellame e del cuoio, b) taglio dei pezzi della tomaia, c) taglio del cuoio per la pianta, d) cucitura e modellatura della tomaia sulla forma di legno, regolabile secondo le misure del piede, con l’aiuto della vattisòla, e) fissatura della stessa sulla forma con li simìgli, f) cucitura dell’orlo (striscia di pelle) alla base della tomaia, g) applicazione e cucitura della soletta interna, h) cucitura della suola all’orlo, i) applicazione del tacco. La rifinitura della scarpa è diversa a seconda delle persone cui è destinata: La scarpa del contadino e del pastore era completata con la chiodatura (tàcci) e con la nsivatùra (trattamento con sego) della robusta tomaia per impermeabilizzarla e ammorbidirla; le scarpe dei notabili erano confezionate con materiali più leggeri e flessibili e completate con la coloritura e la lucidatura della tomaia. Nel caso di questi ultimi il lavoro avveniva a domicilio dei clienti per le calzature di tutta la famiglia con pagamento a giornate

Michelangelo Pucci


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