Bizantini e Longobardi a Blanda a Tortora

Resti di una chiesa bizantina-longobarda a S.Brancato Resti di una chiesa bizantina-longobarda a S.Brancato

Un periodo molto travagliato dalle lotte tra i Greci dell'Impero d'Oriente da una parte e  Goti prima e Longobardi poi dall'altra

 Il VI secolo d.C. vede l’Italia meridionale afflitta da una grave crisi economica, segnalata da Cassiodoro in 'Variae', tanto da ottenere dei sostanziosi sgravi dal corrector della provincia Venanzio. La vede anche teatro, nel secondo decennio del sec. V, dei saccheggi dei Visigoti in occasione del loro passaggio di andata e ritorno da Reggio; intorno alla metà del sec. V, delle scorrerie dei Vandali dal mare, provenienti da Cartagine (455 sacco e incendio di Roma); intorno alla metà del sec. VI delle scorrerie dei Goti e della guerra gotico-bizantina; nell’ultimo decennio del sec.VI delle incursioni dei Longobardi e dei tentativi dell’Impero d’Oriente di riprendere il controllo della regione; infine, dal sec. IX in poi delle incursioni dei Saraceni.
 
I Vandali
I Vandali di Genserico, passati dalla Spagna in Africa, vi costituirono un regno occupando i territori degli attuali Marocco, Algeria, Tunisia e parte della Libia, occuparono la Sicilia e la Sardegna. Partendo da queste basi compivano scorrerie lungo le coste dell’Italia meridionale, con sacchi e distruzioni dei centri costieri. Nel 455 posero a ferro e a fuoco la stessa città di Roma.
Una prima ipotesi sulla fine di Blanda sul Palestro potrebbe essere che essa fu messa a sacco e distrutta dai Vandali nel quarto o quinto decennio del secolo V.

I Visigoti
L'ipotesi della distruzione ad opera dei Visigoti
, di recente sostenuta da G.F. LaTorre in 'Blanda Julia sul Palecastro di Tortora - Scavi e Ricerche' - pag. 494, sembra la meno probabile per le seguenti ragioni:
1a - i Visigoti viaggiavano con carriaggi a seguito per la presenza delle famiglie e per il trasporto del bottino razziato a Roma e nella altre città saccheggiate lungo il percorso dell'invasione; (su un carro coperto era trasportata la figlia dell'imperatore Teodosio, sorellastra dell'imperatore Onorio, Galla Placidia, che, fatta prigioniera a Roma, diverrà moglie di Ataulfo a Narbonne), ciò richiedeva una strada carrabile come la Popilia, la via Aquilia che passava per Blanda era una mulattiera;
2a - l'orda barbarica aveva bisogno di rifornirsi lungo lo spostamento saccheggiando le ricche 'villae' che si potevano trovare nelle fertili e produttive pianure del Crati, di Campotenese, del Vallo Diano; lungo la costa non aveva la stessa possibilità. A sostegno delle ragioni precedenti ci sono delle  fonti scritte che attestano la morte di Alarico vicino Cosenza e colà seppellito (vedi Paolo Diacono in "Historia romana" e in "Historia Longobardorum"; Jordanes in "Historia Gothorum"[1]; Cassiodoro in "Historia gothica").

I Goti
Tra il 535 e il 552 si svolse in due riprese la guerra gotico-bizantina. I Goti, penetrati in Italia si misero a percorrerla in lungo e in largo, razziando, distruggendo e sottoponendo le popolazioni a tributi.
Nella prima fase della guerra (535-539) il generale bizantino Belisario, che dalla Sicilia risalì la penisola fino a Napoli percorrendo il versante tirrenico senza trovare ostacoli, passò quasi sicuramente per Blanda. Contattati i Goti, li sconfisse e ne fece prigioniero il re Vitige. Partito Belisario i Goti ripresero ardire e con a capo il re Totila ripresero le scorrerie da nord a sud fin nel Bruzio (546), protagonisti di scontri armati con i bizantini nella piana di Rossano costringendone alla resa la fortezza (547) e di un assedio a Vibo Valentia risolto con la resa della guarnigione bizantina (549).
Una seconda ipotesi potrebbe far risalire la fine di Blanda a questi anni, assalita e distrutta da Totila.
Nella seconda fase della guerra (552) il generale bizantino Narsete sconfisse i Goti prima nella battaglia presso Gubbio dove morì il re Totila e poi nella battaglia alle falde del Vesuvio che costò la vita al re Teia.

Blanda bizantina: primo dominio bizantino
Con la 'Prammatica Sanzione' (554) Giustiniano restaurò la sovranità dell'Impero Romano su tutta l'Italia, segnando l'inizio anche a Blanda della dominazione bizantina.
Si può far risalire a questo periodo la rivitalizzazione da parte dei Bizantini del posto di osservazione fortificato lucano del monte Calimaro, da cui tenere sotto controllo la valle della Fiumarella dal passo del Carro fino al mare.
La presenza di un porto naturale nell’insenatura di Castrocucco, facile approdo per le flotte d’Oriente, rese possibile, per lunghi periodi, il controllo del nostro territorio da parte dei Bizantini fino a tutto il VI secolo. La particolare conformazione geografica favorì il fiorire in zona del monachesimo prima eremitico e successivamente semieremitico delle laure che lasciò traccia nel dialetto che si ritrova numerosi termini derivanti da etimi greci

Trasmigrazione del toponimo Calabria dalla Puglia al Bruzio
Nel VII secolo il Bruzio venne denominato Calabria. Originariamente questo nome indicava la parte meridionale della Puglia con il Salento. Dapprima i Longobardi, in seguito alle loro conquiste, fra le quali il Salento (allora chiamata Calabria), la Lucania e il Bruzio a nord del fiume Crati, procedettero ad un riassetto territoriale riordinandolo in gastaldati. In seguito a questo riassetto, il nome Calabria fu esteso al Bruzio settentrionale contiguo alla Calabria pugliese riuniti in un'unica provincia. Successivamente, i Bizantini ritiratisi dal Salento, in seguito alla sua conquista da parte dei Longobardi (671), e rifugiatisi nel Bruzio meridionale già in loro possesso, in virtù della loro prassi di non riconoscere ufficialmente le perdite subite, per far rimanere nella lista delle loro province imperiali la Calabria, per una continuità di legittimità giuridica e politica, vi operarono la traslatio del toponimo. L'acquisizione del toponimo risulta nel 680 negli atti del Concilio Romano in cui i vescovi di Locri, Taureana, Tropea e Vibo dichiarano la loro appartenenza all'Eparchia della Calabria.
Il dominio bizantino fu interrotto nell'ultimo decennio del VI secolo ad opera dei Longobardi

Blanda longobarda: occupazione longobarda
La penetrazione longobarda nel Bruzio fu apportatrice di disastri a danno delle popolazioni locali dal punto di vista economico, civile e religioso. I 'possessores' laici ed ecclesiastici, furono costretti alla fuga verso luoghi più sicuri o in Sicilia. Il vescovo e il clero di Blanda di fede bizantina furono costretti a lasciare queste terre certamente sotto la pressione devastatrice e saccheggiatrice del duca longobardo Arechi di Benevento, succeduto al duca Zottone.
Una terza ipotesi sulla fine di Blanda è che la città sul Paléstro sia stata distrutta in questa occasione dai Longobardi.
Sia la prima, sia la seconda, sia la terza ipotesi sono compatibili con i risultati dei recenti scavi sul colle, che attestano l'abbandono del sito probabilmente già nel sec. V, ma sicuramente nel corso o alla fine del VI secolo.
La supposizione sulla sua distruzione ad opera dei Saraceni, corrente prima delle indagini archeologiche, non è più sostenibile poiché in questo secolo i Saraceni ancora non esistevano. L'era islamica ebbe inizio in Arabia nel 622 d.C., quando ormai la città sul Palestro non esisteva più. L'onda saracena cominciò ad investire la Sicilia due secoli dopo, nell'anno 823 d.C. .
Con le risultanze degli scavi coincidono le conclusioni che si deducono dalla lettera di Gregorio Magno (592 d.C.), nella quale il papa prega il vescovo di Agropoli Felice di intervenire a sostegno dei fedeli di Blanda privi di clero, che, essendo di origine e rito bizantino, aveva abbandonato la zona per sfuggire alle persecuzioni dei Longobardi.
A questo periodo risalgono lo spostamento dell'abitato a San Brancato, nei pianori adiacenti e nelle zone agricole montane dell’attuale Tortora, (forse anche a Julitta),  di Ajeta, di Massa di Maratea, e collinari di Santo Nicola, di Santo Stefano, di piano delle Vigne, della Foresta in territorio dell’attuale Praia a Mare, di Vannefora e nei pianori dell’attuale San Nicola Arcella. E’ datata a questi tempi la costruzione della chiesa di S.Brancato,messa in luce dagli scavi sul pianoro, che alcuni (La Torre e Mollo) interpretano di stile bizantino, altri (il prof. Roma dell’Università della Calabria), più a ragione, vogliono di stile longobardo (le tre absidi disposte a trifoglio sono una caratteristica dell'architettura sacra longobarda). Longobardi, o ad essi graditi, infatti furono, quasi sicuramente, i vescovi di Blanda del periodo successivo, come sembra attestato sia dai nomi sia dalla partecipazione dei vescovi blandani di rito latino Pasquale al concilio lateranense del 649 d.C. e Gaudioso al sinodo romano del 745.
La presenza del vescovo a Blanda fa ragionevolmente supporre che essa fosse un centro cospicuo se consideriamo il VI canone del sinodo di Sardica (342 o 343 d.C.) che vietava l’erezione di vescovadi ‘in vico aliquo, aut in modica civitate, cui sufficit unus presbiter, … ne vilescat nomen episcopi et auctoritas …’. Canone non ignorato da Gregorio Magno e al quale egli certamente si attenne nel sollecitare nel 592 d.C. la nomina del vescovo a Blanda. 
Le posizioni di San Brancato e di Julitta risultarono più protette in quanto meno visibili dall'alta valle della Fiumarella e dal mare, dal quale, nella seconda metà del IX secolo, cominceranno le incursioni saracene. 
Sotto la dominazione longobarda le comunità locali delle regioni meridionali, fra esse Blanda, normalmente conservarono usi e istituzioni risalenti all'epoca romana, come l'elezione dei magistrati  preposti alle funzioni amministrative e giudiziarie, premesse dell’organizzazione e dei poteri delle future ‘Universitates’.

Il monachesimo greco-bizantino
Anche il periodo longobardo è caratterizzato dalla massiccia presenza di monaci greco-bizantini, in un primo tempo eremiti e in un secondo tempo organizzati in laure, testimoniata dai numerosi toponimi di santi sparsi per il territorio. Questi monaci si stabilirono nel meridione d'Italia provenienti dall’Oriente palestinese ed egiziano in tre ondate successive di migrazione: la prima agli inizi del sec. VII per sfuggire alle orde persiane di Cosroe II che nel 602 invase l'Asia Minore e la Siria conquistando Damasco, Gerusalemme e Alessandria d'Egitto; la seconda nel terzo e quarto decennio dello stesso secolo per sottrarsi agli islamici arabi che nel 634 attaccarono la Palestina conquistando Damasco (635), Gerusalemme (638), Cesarea (641) e l'Egitto (639-640); la terza sotto gli imperatori bizantini Leone III l’Isaurico (editto del 730), Costantino V (concilio di Costantinopoli del 754), Leone V e Teofilo (prima metà del sec. IX) che attuarono contro i monaci che si opponevano all’iconoclastia una politica di persecuzione con la confisca dei beni dei monasteri e con la prigione o la condanna all’esilio dei religiosi. 
I monaci di rito greco trovarono qui un ambiente ideale sia dal punto di vista naturale per la presenza di numerose grotte, anfratti e boschi, sia dal punto vista politico per la tolleranza dei Longobardi, intanto convertiti al cattolicesimo. I monaci condivisero sacrifici e pericoli con contadini e pastori, che li tenevano in grande considerazione e venerazione. Le loro grotte e i loro nascondigli nei boschi erano il rifugio sicuro per tutti durante le incursioni islamiche. Prestavano anche una mano nella sorveglianza della costa, come sembrano provare la presenza delle laure di S. Nicola e di S. Stefano che avevano un punto di osservazione sulla sommità della falesia di Torre Nave.  Rimasero nel nostro territorio fino al periodo dei Normanni.

I centri più importanti dei monaci erano il Cilento e il Mercurion nelle valli del Lao e dell'Argentino. Il percorso di collegamento fra questi due centri era un sistema di mulattiere che attraversavano anche il territorio montano di Tortora. Esso passava fra le montagne evitando da un lato le zone costiere, infestate dalle incursioni dei Saraceni e dall'altro lato le zone servite dalla via Popilia, lungo la quale si spostavano le orde barbariche di turno, Visigoti, Goti, Longobardi, Normanni. Questo percorso attraversava le montagne alle spalle di Sapri, rasentando a est il Monte Coccovello, raggiungeva Trecchina, Piano dei Peri, S. Sago, Pizinno, Melara, Acqualisparti, Piani del Carro, Antierno, Mustacine, Aieta, il Canale, Brezzamale, Vallone della Pietra, Contrada Forno, fiume Lao, Fiume Argentino. Esisteva tra S. Sago e Aieta una variante che da S. Sago portava a Santi Quaranta, a Tortora e ad Aieta. 

Secondo dominio bizantino
Il periodo comprendente il IX, X e XI secolo vide il ritorno dei Bizantini in Calabria settendrionale e, quindi, anche nel nostro territorio. I Saraceni nell' 813 avevano attaccato una prima volta Reggio e nel 901 l'avevano messa a sacco, avevano assalito ed occupato Tropea nell'840, Amantea e S.Severina nell'846, Vibo Valentia nell'850, Taranto nell'851, Bussento e Cirella nell'850-51, Siracusa nell'878,  Agropoli nell'882, Taormina nel 902 trasformandone molte in altrettante loro basi fortificate, da cui partivano le loro incursioni contro i centri della costa calabra, compresa la zona dell'attuale Tortora.
Su richiesta di aiuto da parte delle città settendrionali del Bruzio, ormai solo formalmente dipendenti dal principe longobardo di Salerno Guaimaro I, e con l'implicito assenso e favore di quest'ultimo, l'imperatore bizantino manda in Italia una spedizione sotto il comando prima, nell'875, del primicerio Gregorio, successivamente nell'880 dello stratego Massenzio e, infine, nell'886 di Niceforo Foca il Vecchio. Le basi saracene in Puglia e Calabria furono sgomberate e fu creato il 'thema' di Longobardia (Lucania e Calabria settentrionale) e di Calabria (Calabria meridionale). Il principato di Salerno fu trasformato in protettorato bizantino. Il 'thema' fu suddiviso in 'tourmai', di cui quello del versante Nord-occidentale della Calabria aveva il suo centro ad Aieta (938), luogo privilegiato per la fortificazione del Monte Calimaro e per la possibilità di approvvigionarsi dalle fertili campagne della conca ai piedi del monte Ciagola. Ma le incursioni saracene continuarono ugualmente essendo rimaste intatte le loro basi in Sicilia e in Africa.
Per salvarsi da queste incursioni la gente tendeva a risalire le valli e ad attestarsi su cocuzzoli inaccessibili: Buovicino, Maierà, Grisolia, Verbicaro, Papasidero, Rivello, ecc. I Blandani di S. Brancato in un primo tempo cercavano di volta in volta temporaneo rifugio parte a Julitta, sopra la falesia rocciosa difesa dalla fortificazione longobarda chiamata Castello delle Tortore, e parte sul monte Calimaro già sito di un'antica fortificazione lucana. Comunque la popolazione continuò a far capo a San Brancato per le necessità produttive ed abitative. La chiesetta bizantina-longobarda continuò infatti ad essere frequentata fino al XII secolo.

I Saraceni e Tramonto definitivo di Blanda e origini di Tortora
La scomparsa di Blanda e la nascita di Tortora si incrociano come in una dissolvenza: la prima viene abbandonata gradualmente mentre la seconda viene popolata progressivamente in un periodo di coesistenza.
Quando le incursioni saracene diventano più virulente creando turbative sempre più frequenti e severe alla comunità, tutta la popolazione si ferma in maniera stabile al Castello delle Tortore, sotto la protezione dei Longobardi, e ad Aieta, sotto la protezione dei Bizantini, abbandonando definitivamente il sito di S. Brancato nel secolo XI.

Nonostante questo andirivieni di Bizantini, Longobardi e, sporadicamente, di Saraceni, la base etnica della popolazione blandana e poi tortorese è rimasta latina, risalendo alla gente della colonia romana, come prova l'etimologia di derivazione latina della stragrande maggioranza dei vocaboli dialettali tortoresi (ben il 97%).

Michelangelo Pucci

 Per approfondimenti vedi:
- G.Guida - Praia a Mare e territorio limitrofo, pag. 67-79 - Eredi Serafino 1973;
- O.Campagna - La regione mercuriense ..., pag. 67-81 - Pellegrini ed. 1982;
- F. Mollo - Archeologia per Tortora: frammenti dal passato, pag. 69 - STES 2001);
- Storia della Calabria Medievale, pag. 23 - Gangemi editore.
- G.F. LaTorre e E. Mollo - Blanda Julia sul Palecastro di Tortora - Scavi e ricerche - Di.Sc.A.M. 2006
- G. Fiaccadori – Storia della Calabria Antica – Età Italica a Romana – Gangemi editore 1994 – pag. 713

Stralcio del testo di Jordanes che attesta il passaggio dei Visigoti lungo la via Popilia (S.S. 19)
[1] usque ad urbem Romam discurrentes, quidquid in utrumque latus fuit, in praeda diripiunt, ad postremum Romae ingressi Halarico iubente spoliant tantum, non autem, ut solent gentes, igne supponunt nec locis sanctorum in aliquo paenitus iniuria inrogare patiuntur. exindeque egressi per Campaniam et Lucania simili clade peracta Brittios accesserunt; ubi diu resedentes ad Siciliam et exinde ad Africae terras ire deliberant Bryttiorum si quidem regio in extremis Italiae finibus australi interiacens parti - angulus eius Appinini montis initium fecit - Adriaeque pelagus velut lingua porrecta a Tyrreno aestu seiungens nomen quondam a Bryttia sortitus regina. ibi ergo veniens Alaricus rex Vesegotharum cum opibus totius Italiae, quas in praeda diripuerat, et exinde, ut dictum est, per Siciliam ad Africam quietam patriam transire disponens. cuius, quia non est liberum quodcumque homo sine notu dei disposuerit, fretus ille horribilis aliquantas naves submersit, plurimas conturbavit. qua adversitate depulsus Halaricus, dum secum, quid ageret, deliberaret, subito inmatura morte praeventus rebus humanis excessit, quem nimia sui dilectione lugentes Busento amne iuxta Consentina civitate de alveo suo derivato - nam hic fluvius a pede montis iuxta urbem dilapsus fluit unda salutifera - huius ergo in medio alvei collecta captivorum agmina saepulturae locum effodiunt, in cuius foveae gremium Haliricum cum multas opes obruunt, rursusque aquas in suo alveo reducentes, et ne a quoquam quandoque locus cognosceretur, fossores omnes interemerunt, (Jordanes - DE ORIGINE ACTIBUSQUE GETARUM)

 
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