“… Felice te che al vento non vedesti cader che gli aquiloni!"

Felice te che al vento ... [1]

          Aveva tredici anni … , non ne rammento neppure il nome!
Febbre alta, ansiosa concitazione del rettore e dei prefetti, visita medica, vano ricovero in ospedale.
Avvisati tempestivamente, i genitori da Roma hanno fatto appena in tempo a trovare il figlio agonizzante. … Morte per meningite fulminante.
          A nulla sono servite le preghiere private e pubbliche, sommesse e solenni. Nella tragedia i padri del Rivaio avrebbero voluto vedere tutti composti nella rassegnazione e nel religioso affidamento nelle mani della divinità … , ma quella madre, buttata su quel corpicino esanime … , bestemmiava Dio che le aveva tolto l’unico figlio, il loro imbarazzo si palpava! … la morte e il suo mistero erano profanati in ciò che avevano di sacro! …  sacrilegio! … un vero sacrilegio!
          Passiamo uno per uno accanto alla sua bara, senza riuscire a pregare in quel momento. Il suo viso si confonde con la camicia bianca, sia l’uno,  sia l’altra spiccano nel completo blu che lo veste per l’eternità.
          “Felice te che al vento …". 
            Ma sarà poi vero? [2]


[1]  Da “L’aquilone” di Giovanni Pascoli

[2] Ma è poi vero? “ … Io pria torrei – servir bifolco per mercede, a cui – scarso e vil cibo difendesse i giorni, - che del mondo defunto aver l’impero. … “ - risponde Achille a Ulisse nell’Averno – Odissea, libro XI, 614-617. Se intendiamo la felicità mera assenza di preoccupazioni, probabilmente Pascoli avrebbe ragione; se invece la intendiamo come soddisfazione di tutti i bisogni e di tutte le aspirazioni, essa è irrealizzabile in vita ma anche in morte, perché la morte è la cancellazione di tutti i bisogni e di tutte le aspirazioni; se infine concepiamo la felicità come appagamento dei bisogni e delle aspirazioni che è nel potere dell’uomo ottenere nella situazione in cui si trova, allora la felicità è una possibilità realizzabile solamente restando in vita poiché con la morte tutte le possibilità si azzerano. Ma alla fin fine è meglio essere vivi anche se non felici o non pienamente felici, vivi con tutte le preoccupazioni e le sofferenze che la vita comporta che morti incapaci di gioire e di soffrire. Se una felicità in questa vita è possibile essa consiste nell’operare  rettamente e nell’ambito delle proprie possibilità e nell’accettare l’esistenza così com’è con serenità. Io ancora posso essere felice. Il compagno morto non ha più la possibilità né di essere felice né di essere infelice!

 

 

Ultima modifica il Domenica, 05 Giugno 2016 20:42

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