Con la morte di Luigi III (1434), pretendente al trono di Napoli, e della regina Giovanna II (1435) si estinse la dinastia dei D’Angiò di Napoli. La successione passò ad Alfonso D’Aragona adottato dalla regina Giovanna.

Nel 1265 Carlo d’Angiò, fratello del Re di Francia, fu investito del Regno di Siciliain S. Giovanni in Laterano dal Papa Clemente IV (il francese Guy Fouquois). Nel 1266 l’esercito angioino attraversò il fiume Liri per prendere possesso del regno.

Fino a questo punto della ricerca storica non sono emersi documenti del tempo. Sappiamo solo che il Castello delle Tortore cambiò nome in Terra di Tortora. Questo cambiamento ci dice che nella seconda metà del secolo XI il territorio tortorese divenne un feudo dei Normanni,

che, appunto, chiamavano ‘Terre’ i loro feudi. Normanna era sicuramente la famiglia Cifone, un cui componente, Giliberto Cifone era signore di Tortora nell’ultimo periodo della dominazione normanna. Il feudo di Tortora doveva essere stato della famiglia Cifone fin dall’inizio della dominazione normanna, se è vero, come sembra che Giliberto avesse ereditato il feudo dagli avi. Dopo Giliberto lo ereditò il figlio Rinaldo, che viene citatonei  primi documenti feudali (vedi il successivo periodo svevo).

 I Normanni, provenienti dalla Normandia in Francia, erano originaria-mente dei Vikinghi scandinavi. Mentre i primogeniti ereditavano i pos-sedimenti di famiglia, i numerosi figli cadetti, addestrati pure essi alle armi, si mettevano al servizio come mercenari di chiunque ne richie-desse i servigi. In questa qualità arrivarono anche nell’Italia meridionale, ora al servizio dei Bizantini, ora al servizio dei Longobardi. Mal pagati, per guadagnarsi da vivere secondo le loro esigenze, operavano anche in proprio rapinando e spogliando chiunque, in particolare chiese e monasteri, dei loro possedimenti e ricchezze, ricorrendo ora alla forza ora all’inganno. Infeudatisi cominciarono la conquista in proprio di terri-tori.

 Arrivarono in Calabria nel 1037 al servizio di Guaimaro V, principe di Salerno, arruolati nel corpo di spedizione contro i Bizantini comandati da Gerace. In discordia con Guaimaro, abbandonarono la spedizione e si misero in proprio. Il normanno Drogone, per liberarsi della presenza scomoda del fratello Roberto, gli costruì una fortezza in legno, gliela donò e lo insignorì nominalmente di tutta la Calabria. Roberto, presto raggiunto dal fratello Ruggiero con 60 cavalieri, con il sistema delle rapine, dei sequestri di persona e di colpi di mano riuscì ad impadronirsi di vari monasteri, di castelli e città fortificate allargando i suoi possedimenti nella Calabria centro-meridionale. Nel1058 è segnalata la notizia di una rapina con sequestro di persone operata da Ruggiero d'Altavilla ai danni di una carovana di mercanti nei pressi di Scalea1. Nel 1059 conquistò Reggio ed assunse il titolo di Duca della Calabria. Ricevuta nello stesso anno l’investitura ufficiale dal papato nel concilio di Melfi. Nel 1062 nel castello di Scalea i fratelli Roberto il Guiscardo e Ruggiero il Normanno firmano il 'Patto di Scalea' con il quale si divisero la Calabria[1]. Nel 1072, dopo Messina, Ruggero espugnò Palermo e conquistò la Sicilia togliendola agli Arabi. Morto Roberto, la successione dei possedimenti calabresi passò a Ruggero che, in questo modo, riunì Calabria e Sicilia. Nel 1130 questi possedimenti furono costituiti in regno  con Ruggiero II. Dopo la conquista i Normanni divisero i territori in feudi chiamandoli ’terre’ e li concessero a persone di loro fiducia. Le comunità, soggette ai feudatari, persero gran parte della loro autonomia e dei loro poteri, anche la ‘Terra di Tortora’.

I musulmani di Sicilia che avevano accettato il potere normanno erano da questo tollerati e integrati sia nell’amministrazione sia nell’esercito. Quelli che, per un qualche motivo, diventavano irrequieti o scomodi venivano deportati, mandati al confino in Calabria, di solito in castelli lungo la costa, ad Amantea, a Tropea, a Scriba ecc. (vedi toponimi ‘Saracina’, ’Saracinello’ e simili diffusi in quasi tutte le località della costa)3. E’ ragionevole supporre che un piccolo gruppo di saraceni sia stato confinato anche a Tortora e con il tempo integrato, come provano i toponimi  'La Saracina’, località sopra il cimitero,  ‘Rametta’, vico accanto alla piazza, che richiama l'omonima città siciliana, e numerose parole dialettali riconducibili ad etimi arabi.

Qualcuno ha affermato ed altri inerzialmente ripetono che i termini arabi siano passati nel dialetto tortorese in occasione delle incursioni saracene. Questo è estremamente improbabile perché, nel corso delle incursioni, Saraceni e paesani non si incontravano perché questi ultimi, avvisati dalle vedette dell'arrivo dei primi, fuggivano in luoghi sicuri in quanto, se fossero venuti a contatto con loro sarebbero stati catturati e portati in catene in Sicilia o in Africa come schiavi.
L'acquisizione in una lingua di parole di un'altra lingua può avvenire solo in periodi più o meno lunghi di convivenza in cui i soggetti estranei hanno la possibilità di condividere in pace la vita con i nativi, magari lavorando gomito a gomito.

Quasi certamente in questo periodo fu costruita la chiesetta del Purgatorio, extra moenia della Terra di Tortora, con il suo portale litico sul cui arco sono raffigurati i segni antichi dello zodiaco2 utilizzando, con molta probabilità, pezzi architettonici e scultorei prelevati dalla chiesetta, bizantina o longobarda che fosse, di S.Brancato ormai abbandonata e in rovina.
A quest’epoca si ebbe l’importazione e la diffusione nel nostro territorio degli alberi di gelso per l’allevamento del baco da seta3.

Il periodo dei Normanni ebbe termine nel 1194 con la morte di Tancredi.

Michelangelo Pucci


1 - G.Celico: Santi e briganti del Mercurion, pag 16 - Editur Calabria 2002
2 - B. Moliterni in ‘Luoghi di culto e di mistero’
3 – Storia della Calabria Medioevale – Gangemi Editore – pag. 138

I problemi che affliggono il nostro territorio sono molteplici:

L'origine di questa grotta è comune a quella di tutte le grotte presenti nel territorio tortorese: della grotta di Torre Nave e di tutte quelle che costeggiano la valle della Fiumarella da Massacornuta al Palecastro. L'operatore che le ha scavate è stata l'acqua in un'attività che è durata qualche milione di anni.

La costruzione della chiesa e del convento fu terminata nel 1628

Risalente all'epoca normanna è stata ristrutturata a più riprese nel corso dei secoli successivi, di notevole valore arristico e storico è il portale litico certamente opera originaria, forse anche più antica. 

Ridurre in cenci, strappare, buttare all’aria, mettere in disordine, sbatacchiare, maltrattare. Dal sostantivo zìnzulu, dal greco tsàntzalon = cencio, straccio.
Figura, aspetto, spettacolo, apparenza, vista, panorama, impressione esercitata sugli altri. Dal latino vidēri, essere veduto, sembrare, apparire.
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